Dopo aver cantato le lodi di un grandissimo atleta caraibico, il jamaicano Bolt si viene ora a raccontare le gesta di un altro atleta caraibico, il cubano Angel Valodia Matos che a modo suo lascia anch’egli il suo segno in questi Giochi Olimpici.
In occasione del match di Taekwondo per la medaglia di bronzo il cubano passa in breve tempo dal codurre il combattimento ad una situazione di svantaggio ed alla sconfitta dichiarata dall’arbitro per non aver rispettato il tempo. A quel punto non tanto lui ma il suo allenatore non ci sta ed invade il tatami iniziando a contestare verbalmente la decisione arbitrale. Decisioni arbitrali che per la verità sono state spesso dubbie in questa ed altre discipline.
Ma tornando al fattaccio, proprio quando la contestazione sembrava scemare ecco che Matos colpisce l’arbitro principale al viso con un calcio alto.
Immediatamente è seguita la squalifica (sia per Matos che per il suo allenatore) da parte della Federazione Internazionale di Taekwondo, la cui direzione si è riunita d’urgenza per l’accaduto, una squalifica a vita da tutte le competizioni per violazione dello spirito del taekwondo.
Premesso che chiaramente questi sono comportamenti da censurare sia sul piano umano che sportivo, gesti che ledono profondamente lo spirito di questa disciplina e di tutto lo sport, francamente (sebbene i Castro abbiano già espresso vicinanza all’atleta) questo ispira più compassione che disprezzo per quello che potrà essere il suo futuro in una terra, quella di Cuba, vessata da un regime che la presunta uscita di scena di Fidel Castro non ha ancora allentato.
